La stravagante marchesa e l’istrionico rapper

APPROFONDIMENTO

La dama del Risorgimento

La Principessa di Belgiojoso era soprannominata “la dama del Risorgimento”: una donna coraggiosa, visionaria, patriottica e colta. Una donna con tanti nomi, Maria Cristina Beatrice Teresa Barbara Leopolda Clotilde Melchiora Camilla Giulia Margherita Laura … e un unico sogno, la Repubblica italiana.

La sua vita appassionata alle lotte politiche trovò espressione negli abiti e nelle relative stoffe con cui venne ritratta da prestigiosi pittori e fotografi, in un contesto storico e culturale dove il tessuto e la moda accentuano la loro valenza di strumenti di comunicazione sociale.


eccesso & lusso

I suoi look eccessivi hanno fatto storia durante la Belle Époque: la marchesa amava indossare vistosi gioielli zoomorfi, pantofole con diamanti, lunghi abiti di pesante velluto, guanti in pelle di tigre, cappotti di pantera, bizzarri copricapi: i ritratti di Boldini e Martini la celebrano in tutta la sua appariscente e stravagante bellezza.

VESTIRSI COME LUISA CASATI

la moda della Belle Époque da WORTH a DOUCET

Un gondoliere la accompagnava per le calle della laguna veneziana in compagnia del suo leopardo domestico agghindato di eccentriche collane e pietre preziose e dei suoi levrieri colorati di bianco e nero, oppure di un vistoso blu, a seconda dell’umore. Piazza San Marco era spesso la location prediletta per le sue leggendarie feste da ballo.

Una collezionista amante dell’Arte

Grande collezionista d’arte, la Marchesa Casati nel 1901 acquistò l’allora abbandonato Palazzo Venier dei Leoni, che oggi è la sede della fondazione Peggy Guggenheim e dell’annesso museo, ove la la nobildonna visse fino al 1924. In questa dimora affacciata sulla laguna, ama tenere un serraglio di animali necessari per amplificare la sua immagine di donna fuori dal comune: un boa constrictor avvolto attorno al collo, pavoni bianchi addestrati a rimanere vicino alle finestre, merli albini ai quali colora le piume secondo l’umore del giorno, e poi uccellini meccanici in gabbia e servitori nubiani che devono tingersi la pelle di color oro.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale non fermò l’avanzata del tornado “Luisa Casati”: la marchesa si schierò con gli artisti dell’avanguardia diventando la musa dei Futuristi; frequentò Marinetti, Balla, Boccioni, Carrà, Depero. Archiviata la storia con D’Annunzio, diventò l’amante di Van Dongen e Augustus John.

“Inafferrabile come un’ombra dell’Ade”

Il suo rapporto con l’arte e con gli artisti divenne sempre più forte e le sue ricchezze le permisero di sostenere molti artisti economicamente, comportandosi non solo e non semplicemente “da musa”, ma da vera e propria mecenate nonché scopritrice di talenti. Gli artisti stravedevano per lei: era bella, stravagante, affascinante, generosa. Augustus John, Kees Van Dongen, Romaine Brooks, Ignacio Zuloaga, Alberto Martini, Umberto Boccioni e Giacomo Balla, sono solo alcuni dei tantissimi artisti che immortalarono la divina Marchesa. Tra i pittori che hanno dipinto Luisa Casati c’era anche lui, Giovanni Boldini. L’artista e la marchesa si conobbero durante un pranzo e tra i due scattò subito una scintilla. Affascinato dalla sua bellezza, Boldini cominciò a ritrarla più e più volte, realizzando opere che sono passate alla storia. I dipinti di Boldini catturano la vera anima della Casati: una donna sensuale e androgina, dallo sguardo ammaliante ma quasi selvatica, come una creatura ultraterrena. Dopo aver vissuto anni tra Parigi e Capri, Luisa Casati si trasferì a Londra, dalla figlia. Aveva cinquant’anni ed era sommersa dai debiti. Il suo stile di vita estremo, la compulsività con cui collezionava arte e finanziava artisti la ridussero sul lastrico. Da donna ricchissima, si ritrovò a non avere nulla. Morì in povertà, lasciando però una traccia profonda nel mondo dell’arte, che mai la dimenticherà. Il suo epitaffio recita: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”.

Un’uscita di scena in povertà

All’inizio degli anni ’20, si trasferì a Parigi e successivamente a Londra con la figlia Cristina. Qui, morì nel 1957 e in povertà a causa del suo stile di vita sfrenato e dedito agli eccessi che le fece accumulare debiti che non riuscì mai ad estinguere. La sua tomba ha un epitaffio che richiama una citazione shakesperiana dall’opera Antonio e Cleopatra: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”, parole utilizzate dal grande drammaturgo inglese per descrivere la regina d’Egitto. Anche per il suo ultimo viaggio verso l’Aldilá, la Divina Marchesa scelse un’uscita di scena all’insegna della stravaganza: si fece tumulare insieme al suo cane pechinese imbalsamato, sugli occhi un paio di lunghissime ciglia finte nuove, comprate per l’occasione da una delle ultime amiche rimaste, sugli occhi l’immancabile bistro nero (o lucido da scarpe negli anni della povertà) e le gocce di belladonna necessarie per dilatare le pupille; un’opera d’arte vivente é ritornata in vita!

https://www.arte.tv/it/videos/097371-006-A/luisa-casati-da-nobile-a-senzatetto/

Ogni stravagante esternazione della “Divina Marchesa” era un’esibizione, come le celebri passeggiate notturne per le calle veneziane che scelse come palcoscenico per le sue performances, nuda o coperta solo da un manto di pelliccia e due ali di servitori nubiani che ne illuminavano il passo per farla ammirare dai passanti incuriositi.

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